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  • La crisi dei partiti italiani, dalla proliferazione alle fusioni a freddo, sta mettendo a rischio la nostra libertà.

    Autore: Alessandro Guidi | 9 marzo 2010

    La prima Repubblica era la somma dei partiti storici del novecento, retta da un sistema elettorale che, privo di un efficace sbarramento, generava una moltitudine di partitini e la polverizzazione della politica italiana, decretandone l’inefficienza e il degrado.

    La seconda Repubblica è la conseguenza di due fusioni a freddo, del PD e del Pdl che, nell’illusione di lasciare dietro di se il passato dei singoli protagonisti, cerca di unire antiche storie e antiche divisioni, ideali e ideologiche, nella realtà difficilmente amalgamabili tra loro, come si dimostra ogni giorno di più nei fatti, incredibili, che accadono e che sono sotto gli occhi di tutti.

    La soluzione della grave crisi in cui versano i partiti italiani, una crisi che uccide lentamente la democrazia, lede la credibilità internazionale del nostro Paese e, soprattutto, fa venir meno la fiducia degli italiani nelle istituzioni e nel sistema democratico, è, quindi, quella di un ritorno a partiti che si fondino su identità, ideali e valori comuni, chiari, condivisi e facilmente riconoscibili dai cittadini e dagli elettori; correggendo, in senso moderno, le disfunzioni gestionali, organizzative e i limiti democratici, ampiamente dimostrati dai partiti storici, così come qualcuno aveva già detto di fare in tempi ormai lontani e non sospetti.

    La “grande riforma” di cui parlava, appunto, il socialista Bettino Craxi (il capro espiatorio di Tangentopoli), qualche anno fa, non era altro che il tentativo di porre rimedio a questo stato di cose e di riformare, dal suo interno, un sistema partitico, politico e istituzionale, che pure aveva retto per oltre cinquant’anni, garantendo, tra luci e ombre, lo sviluppo e la democrazia in Italia, ma che mostrava, allora, in modo inequivocabile, i segni del suo superamento e del suo decadimento.

    L’idea non fu discussa ne, tantomeno, fu accolta. Si preferì ignorare quella proposta-denuncia perché conteneva in se l’implicita ammissione, da parte dei partiti maggiori ma, anche, dei partiti minori (che, peraltro, temevano l’estinzione), di una sacrosanta verità che li avrebbe pubblicamente posti nella condizione di dover ammettere, di fronte ai cittadini, la loro diretta e incontestabile responsabilità nell’ingovernabilità del nostro Paese.

    La soluzione alternativa trovata, quella, appunto, delle fusioni a freddo d’identità e culture diverse, si sta dimostrando peggiore del male che voleva curare.

    Non solo i nuovi partiti che sono nati non hanno generato una nuova e superiore politica ma, anzi, hanno generato nuovi problemi, una nuova ingovernabilità e nuovi scandali (dove l’interesse personale la fa da padrone), privi come sono del freno inibitore della morale e dei valori ideali, condivisi e fondanti dei partiti storici del secolo scorso, seppure quei valori, nell’ultima fase della loro vita, essi stessi li avessero colpevolmente violati.

    La democrazia non è un bene inesauribile, e l’Italia, come la Germania e altri Paesi, lo sanno bene. O, almeno, dovrebbero saperlo bene. Questo è, oggi, il nostro vero problema. Se non avremo tutti, politici, uomini di Stato e semplici cittadini, questa forte consapevolezza dell’assoluta e urgente necessità di rifondare i partiti italiani, sulla scia della nostra storia politica e non su elucubrazioni pseudo culturali che pretendono di annullare d’ufficio, a tavolino, le naturali diversità ideali esistenti nella società italiana; il rischio non è solo quello di perdere del tempo prezioso in diatribe e in litigi inconcludenti, tra e all’interno degli attuali partiti, senza risolvere gli annosi problemi dell’Italia, ma è quello, ben più importante, di perdere, assieme alla ragionevolezze e al buon senso comune, il sommo bene, irrinunciabile e pregiudiziale, della nostra libertà.

    Alessando Guidi