La vite e il vino nella Romagna antica

vino.jpgIn questi giorni di “Beva?, ossia  di messa al bere del vino novello non prima del 6 novembre di ogni anno, come recita severamente la nostra legislazione ..intendiamo riproporvi un bellissimo racconto di Gilberto Casadio, dove lascia intendere che nelle nostre terre romagnole QUESTO SANGUE DI BACCO, ha origini antichissime.
Più di 300 ettolitri per ettaro. Questa era la straordinaria resa delle vigne del territorio faentino negli ultimi due secoli prima di Cristo, secondo la testimonianza degli antichi scrittori latini di agricoltura. In particolare Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), in un passo del suo trattato d’agricoltura, ricorda un amico, tale Marzio Libone, che possedeva nel faentino un vigneto che poteva vantare questa eccezionale produzione. Anche a sud di Rimini è attestata una produttività di oltre 200 ettolitri per ettaro, in un’epoca nella quale veniva considerata buona (cioè superiore alla media) una resa di 160 ettolitri per ettaro. In un’iscrizione databile alla metà del III secolo d.C. sono ricordati i commercianti all’ingrosso che rifornivano la città di Roma con il vino prodotto nelle regioni della costiera adriatica ed in particolare nel riminese.
Famosi per qualità erano i vini cesenati ed anche nel ravennate – a dispetto della situazione ambientale – esisteva un’importante produzione vinicola, frutto di viti in grado di crescere nelle zone paludose. Scrive il geografo greco Strabone: “È sorprendente ciò che accade alla vite: essa cresce nelle paludi, si sviluppa celermente e dà frutti abbondanti, ma poi in quattro o cinque anni muore.?  Strabone si riferisce alla vite ‘spionia’  che dava una grande quantità di mosto, più per la grossezza dei grappoli che per il loro numero. Era un’uva a maturazione tarda che non soffriva le piogge o le nebbie autunnali, anzi da queste traeva una parte fondamentale del suo nutrimento. È l’unico vitigno coltivato nell’antica Romagna di cui ci sia stato tramandato il nome e ci piace supporre che l’uva spionia abbia, se non una continuità, almeno un’erede nell’uva nera di bosco, oggi coltivata in tutta la fascia costiera ferrarese-ravennate.
Il problema di Ravenna non era dunque il vino ma l’acqua potabile, di cui c’era grande penuria prima che l’imperatore Traiano facesse costruire l’acquedotto del Ronco per portare l’acqua in città. In due celebri epigrammi il poeta latino Marziale, che nell’88 d.C. compì un viaggio nelle nostre terre, così descrive scherzosamente la situazione: “A Ravenna preferirei possedere una cisterna piuttosto che una vigna: l’acqua la potrei vendere ad un prezzo molto più alto? e poi “A Ravenna qualche giorno fa un oste furbacchione mi ha imbrogliato: gli avevo chiesto del vino annacquato, me l’ha venduto schietto!?.

***

Per quanto concerne le tecniche di coltivazione, mentre nell’Italia meridionale e in Sicilia, dove era forte l’influenza greca, la vite veniva coltivata a potatura corta e a sostegno morto, con l’uso di pali secchi, nell’Italia centrale e nella valle padana centro orientale – e quindi anche in Romagna – era diffusa la potatura lunga e veniva utilizzato il sostegno vivo, rappresentato da aceri e olmi o, più raramente, pioppi. Questa tecnica diffusa fra gli Etruschi, fu poi fatta propria dai Celti e mantenuta dai Romani che la consideravano la più produttiva. È superfluo aggiungere che tale pratica – le piantate  a doppia pergoletta con i fili sostenuti dai pali orizzontali (in dialetto i stciopp) – si è conservata in Romagna fino a pochi anni fa. Si deve invece esclusivamente ai Celti l’introduzione dell’uso delle botti di legno per trasportare e conservare il vino, mentre tutto il mondo mediterraneo utilizzava recipienti di terracotta (le anfore) o di pelle animale (gli otri). G.C.
(per gentile concessione dell’autore)

Comments Closed

Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com